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Antonino Condorelli Photojournalist

Here we Are – Exhibition –

My photo series “Here we Are” will be exhibited in Landkreis Harburg from 10-01-2017 until 27-02-2017. I will be at the opening day the 10th January.

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Blauer Löwe 2016

In una giornata di Agosto, ricevo una telefonata da una donna. La sua presentazione è stata così veloce che io non ho capito bene chi fosse ma ho capito il motivo per cui mi chiamava. Avevo vinto il Blauer Löwe, un riconoscimento indetto dal Landkreis Harburg relativo a temi culturali. L’anno scorso ha vinto l’attore Joachin Zawischa il quale quest’anno ha fatto da moderatore per la premiazione del Blauer Löwe 2016. In questi tre mesi, da circa fine agosto fino al 10 Novembre, serata della premiazione ufficiale, ho pensato a come sarebbe stata la serata della premiazione. Beh! è andato tutto ottimamente. L’organizzazione impeccabile degli organizzatori del Landkreis Harburg, delle due responsabili del Kiekeberg Musum, Annika Fluchter e Julia Jesella ha permesso che tutto si svolgesse per il meglio e come nella tradizione tedesca con puntualità e precisione.

Il premio quest’anno verteva sulla fotografia e il tema era “le persone che vivono nel Landkreis Harburg”. Insieme ad alcuni colleghi abbiamo realizzato un lavoro di inclusione sociale nel Quartiere Albert Schweitzer di Winsen Luhe dove vivono centinaia di famiglie provenienti da tutto il mondo ma che hanno poca integrazione tra loro. L’idea lungimirante del Manager di quartiere ed amico Sven Dunker ha permesso di realizzare un progetto dal nome “Here We Are – Inside Out” col quale si è voluto cercare in maniera originale l’inclusione e l’integrazione tra queste persone. Il mio compito, all’interno di questo progetto, era di fotografare alcune persone che vivono  in questo quartiere e di fotografarle in casa loro. Insieme alla collega Eleonora Cucina abbiamo realizzato delle interviste con le quali abbiamo potuto conoscere meglio le persone e quindi poter avere una buona relazione per poter poi fare delle foto.

Il tutto era supervisionato dall’amico Sven, il quale qualche settimana prima della scadenza del concorso mi ha chiamato per dirmi se volessi partecipare al bando con le mie foto. In pochi giorno Sven  mi ha aiutato a scrivere la presentazione in tedesco e ad organizzare tutto il lavoro. Fino a che, come ho detto all’inizio la signora Fluchter mi ha chiamato per comunicarmi la vittoria del premio.

Per la serata del premio ho scritto un discorso di ringraziamento che mi ha tradotto in tedesco la mia amica Silvia e che con tanta emozione ho letto davanti a un bel po’ di persone.

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Molto edificante è stata la Laudatio di Sven Dunker, il quale, con alcuni cenni su la mia famiglia di origine e con parole di stima ha descritto perfettamente il mio punto di vista e il mio essere fotogiornalista.

Infine hanno parlato di me buona parte dei giornali locali e questo mi rende ancor più contento:

Ringrazio ancora una volta:

Sven Dunker – Eleonora Cucina – Kathrin Brunhofer – Andreas Bunk – Le famiglie che ho fotografato nell’ambito dell progetto Here We Are – Annika Fluchter – Julia Jesella – Birgit Behrens Landkreis Harburg – Il Sig Reiner Rempe Landrat Landkreis Harburg – Il Sig Heinz Lüers Presidente della Sparkasse Harburg Buxtehude. Mi scuso in particolare con questi ultimi due nomi perchè durante il mio discorso non ho pensato di ringraziarli pubblicamente.

Prize – Preis – Premio

I am happy to announce that my photo series from the social project “Inside Out – Here We Are” has been selected as winner of the “Blauer Löwe” prize, lead by the Kulturlandkreis – Harburg and the Kiekeberg Museum. Thanks to Eleonora Cucina, Kathrin Brunnhofer and Sven Dunker: Unique work colleagues.

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Sono contento di annunciare che le mie foto della serie appartenenti al progetto sociale “Inside Out – Here We Are” sono state selezionate vincitrici del premio “Blauer Löwe” indetto dal Kulturlandkreis – Harburg e il Kiekeberg Museum. I miei ringraziamenti a Eleonora Cucina, Kathrin Brunnhofer e Sven Dunker: impareggiabili colleghi di lavoro.

Rosarno 6 anni dopo!

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: An abandoned farm where hundred of immigrants live with mouse. Photo Antonino Condorelli
Pictured: An abandoned farm where hundred of immigrants live with mouse. Photo Antonino Condorelli

 

San Ferdinando è il comune dove sorge la tendopoli che accoglie gli immigrati africani che
lavorano nelle campagne della piana di Gioia Tauro. Usciti dall’autostrada A3, il percorso per
raggiungere San Ferdinando, come anche il Porto di Gioia Tauro, è impervio a causa delle strade maltenute. Tra i dossi e l’erba alta che affolla strade e incroci, con sullo sfondo le enormi gru di uno dei porti più importanti e anch’esso trascurato del Mediterraneo, si arriva a San Ferdinando. Anche arrivare alla tendopoli è un’impresa per chi non conosce la zona. Rotatorie e rettilinei, curve e oleandri alti due metri occupano la visuale e rintracciare le tende blu, volute dal Ministero dell’Interno dopo gli scontri del 2010, non è proprio un gioco da ragazzi. Don Roberto Meduri è il nostro contatto sul posto. Lui è il prete della parrocchia di Sant’Antonio, nella frazione Bosco di Rosarno. Di statura piccola con un cuore grande quanto il mare e le mani sempre impastate nello sporco delle anime di cui si prende cura, don Roberto, insieme a pochi altri volontari, ogni giorno cerca di offrire sollievo a queste persone che vivono nella tendopoli, ma anche a coloro che vivono nei campi in casolari abbandonati sperduti tra gli agrumeti della piana di Gioia Tauro. Il sacerdote racconta di Emmanuel, un bambino di un anno che da due settimane sente la mancanza del suo amico Sekine Traorè, ventisettenne malese, che è stato coinvolto in una discussione tra alcuni connazionali. Dopo l’arrivo dei Carabinieri, che dovevano sedare gli animi, il ragazzo è stato ucciso da un proiettile sparato da un militare che si difendeva da una presunta aggressione. 13883700_10209883586635914_1113666960_nEmmanuel ascoltava sempre le canzoncine che il malese Traorè gli cantava con amore paterno e spesso si addormentava cullato da quelle nenie dal tono africano. Anche tra i suoi connazionali e gli altri abitanti della tendopoli Traorè era giudicato come un bravo ragazzo. Un eccesso, un momento di eccitazione o chissà cosa, ha prodotto il dramma che si è consumato nel campo tra gli immigrati e le Forze dell’Ordine. Dramma le cui dinamiche ancora risultano un po’ cupe visto che le versioni sono contrastanti. In attesa di sapere come realmente siano andati i fatti, don Roberto ci affida ad Ibrahim, un immigrato del Burkina Faso che sembra essere più diplomatico degli altri e che ci accompagnerà per le campagne della Piana.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: Immigrant prepares food in his dark house. Photo Antonino Condorelli
Pictured: Immigrant prepares food in his dark house. Photo Antonino Condorelli

Tra il profumo delle zagare e l’odore di terra bagnata dagli annaffiatoi, non certo dalle piogge in questo periodo, addentrandosi nelle campagne tra viuzze di terra rossa, si scorge un casolare diroccato. Si vede in lontananza il tetto, rivestito di cellophane, legato con corde e zavorrato con sassi al fine di non farlo volare via durante i giorni di vento. Serve a riparare gli abitanti dalle piogge invernali. All’esterno del casolare, bici parcheggiate qua e là, sono l’unico mezzo di trasporto che gli africani della Piana utilizzano per recarsi a lavoro, per fare un po’ di spesa o per andare a prendere l’acqua.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: A man from Burkina Faso lives in the fields of the near village of Rosarno. He lives in a room without electricity and water and without toilet. Photo Antonino Condorelli
Pictured: A man from Burkina Faso lives in the fields of the near village of Rosarno. 
Photo Antonino Condorelli

Un braciere acceso con una grossa pentola ammaccata riscalda dell’acqua che servirà alla sera per una doccia all’aperto. Vicino, una piccola capanna funge da dispensa e da moschea, visto che qui sono tutti musulmani. Nel casolare ora vivono una quindicina di ragazzi provenienti tutti dal Burkina Faso. «Durante l’inverno – interviene Ibrahim – arrivano a essercene anche cinquanta. Io ho abitato qui per due anni, ma poi ho pensato che nella tendopoli si stava meglio e me ne sono andato». I ragazzi del casolare sono disponibili, si fanno fotografare, hanno la loro opinione sulla vicenda di Traorè, ma preferiscono tenerla per sé. La casa internamente è buia. Non c’è la corrente elettrica e anche la luce del sole sembra avere paura a penetrare dall’unica finestra esistente. In origine questa non era una casa bensì un deposito per attrezzi che ora il padrone della campagna ha voluto dare ai ragazzi africani perché avessero un riparo. Nella penombra delle due stanze che compongono la casa, gli occhi faticano ad adattarsi.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: Immigrant prepares food in his dark house. Photo Antonino Condorelli
Pictured: Immigrant prepares food in his dark house. Photo Antonino Condorelli

Qui il buio, nonostante fuori sia giorno pieno, sembra più denso, più nero, scurito anche dalla
sozzura che impregna le pareti e dagli abiti che i ragazzi appendono ai muri. Si intravedono
materassi e coperte per riposare dopo una giornata di lavoro nei campi: dalle dieci alle dodici ore per raccogliere arance o potare gli alberi. Ai lati di una stanza piccoli fornelli attaccati a bombole di gas servono a cucinare o per fare un caffè per sé e per gli ospiti che arrivano inattesi. Interviene ancora Ibrahim mostrandoci una pala: «serve per andare al bagno…», dice. E si fa una risatina. Poi si fa serio mentre arrivano al casolare altri ragazzi africani. Parlano in africano e poi Ibrahim ci dice: «Stanno venendo gli americani… Vogliono girare qui la scena di un film, un film su un ragazzino bianco che ha paura dei neri il quale poi capisce che i cattivi ci sono sia tra i neri che tra i bianchi». Per questo motivo dobbiamo abbandonare il casolare: la troupe non vuole estranei durante le riprese… Capita spesso! Montiamo in macchina e ci dirigiamo ancora verso l’interno del paese.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: Shoes are drying under the sun Photo Antonino Condorelli
Pictured: Shoes are drying under the sun
Photo Antonino Condorelli

Dopo aver percorso una stradina interna si giunge in un grosso casolare. Nel cortile alcuni ragazziseduti a due tavoli separati ci guardano infastiditi mentre giocano a carte e a dama. Qui vivono tutti i ragazzi malesi. E sono tutti diffidenti. Non vogliono essere fotografati, non vogliono parlare con nessuno, non vogliono la presenza di giornalisti, fotografi, cameraman. Tra loro, uno sbotta dicendo: «Cosa venite a fare qui? Fate fotografie, scrivete articoli, guadagnate soldi sulle nostre sventure e per noi non cambia niente. Vedi, vedi come viviamo! Guardalo con gli occhi ma non fare foto perché non vogliamo apparire sui giornali o in tv». Cerchiamo una mediazione ma non c’è nulla da fare. In questo grande casolare, a forma di “L” a due piani, vivono tutti gli amici di Traorè e neanche Ibrahim o don Roberto riescono a far loro cambiare idea. “Giornalisti? No, grazie!” è il loro slogan. Per il cortile si aggirano cani e galline e una porcilaia funge da gabinetto. Alle finestre notiamo coperte o cartoni a mo’ di tenda mentre il solito cellophane al tetto ripara dall’acqua.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: Mamadu Djara brother Sekine Troarè, 27, killed by carabiniere. Photo Antonino Condorelli

Pictured: Amadou Djara brother Sekine Troarè, 27, killed by carabiniere.
Photo Antonino Condorelli

Tra tutti i ragazzi, uno colpisce la nostra attenzione. Si chiama Amadou e ha lo sguardo perso nel vuoto. Attende in piedi nel cortile del casolare e sembra intontito mentre in realtà è ancora sotto shock. Amadou, infatti, è il cugino, anche se si presenta come il fratello, di Traorè. Ha gli occhi sbarrati dal panico e dal dolore. Ancora impressa nella sua mente c’è la scena del sangue che ha bagnato gli abiti di Traorè e la rabbia per le tante parole che lo hanno descritto come ubriaco o psicopatico. Non parla italiano, Amadou, e così Ibrahim traduce le poche parole che il ragazzo riesce a pronunciare. «Sono arrivato qui da non più di un mese. Non voglio parlare della vicenda di mio fratello. Era un bravo ragazzo, non era ubriaco né malato di mente, forse era solo un po’ arrabbiato: capita spesso che qualcuno si arrabbi qui, e le condizioni in cui viviamo non fanno stare tranquilli. Mio fratello aveva solo 27 anni. Ora aspetto che mi restituiscano il corpo per poterlo portare di nuovo in Africa dove ci attendono i nostri parenti e amici. Poi non so se tornerò in Italia. La mia esperienza qui è stata negativa, quindi penso che resterò in Mali o partirò per un altro Paese». Da questo casolare ci spostiamo in direzione della tendopoli, dove a pochi metri di distanza c’è una fabbrica abbandonata.

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: An abandoned farm where hundred of immigrants live with mouse. Photo Antonino Condorelli
Pictured: An abandoned farm where hundred of immigrants live with mouse. Photo Antonino Condorelli

Anche qui vivono una cinquantina di immigrati ma d’inverno, quando il raccolto delle campagne è più prolifico, il numero aumenta a dismisura. La costruzione è un grande prefabbricato che potrebbe anche essere dignitoso se non fosse per l’acqua fognante che fuoriesce dai pozzetti nel cortile, la quantità di spazzatura abbandonata, l’assenza di luce, acqua e bagni. «D’inverno – riprende Ibrahim – qui nel cortile di questa fabbrica, i ragazzi che vengono da fuori vi piazzano le loro tende: sembra un grosso campeggio». Il fabbricato ha due ingressi: uno porta nelle stanze sporche e vuote del piano superiore dell’immobile. Al momento qui trovano posto vecchi materassi, scarponi ancora intrisi di fango secco e carcasse di bicicletta. In una stanza vuota, occupata solo da un letto, un ragazzo ghanese attende che qualcuno lo chiami per andare a lavorare. Saluta Ibrahim con affetto mentre questo gli chiede di “rollarsi” una sigaretta. Issa, questo il nome, prende il tabacco da sotto il materasso di spugna, lo porge ad Ibrahim e con l’altra mano estrae dal pacchetto due cartine. Nel frattempo che i due preparano le sigarette parliamo con Issa il quale dice: «Sono venuto qui 4 mesi fa. Sono partito da Ravenna dove d’estate lavoravo come vo’ cumprà sulle spiagge adriatiche. Poi mi sono fatto convincere da un amico e sono venuto a lavorare nei campi della Piana. Ora lui è partito ed io sono rimasto qui, senza soldi. Aspetto che qualcuno mi chiami per lavorare e farmi il biglietto per tornare a Ravenna, dove stavo meglio, vivevo in una casa con altri 5 connazionali, pagavo l’affitto ed avevo il bagno e la luce, e quello che guadagnavo sulle spiagge mi bastava per tutte le mie cose. Non vedo l’ora! Mancano soli 25 euro». Issa ci accompagna fuori e ci porta nell’altra ala del fabbricato. Superata la porta d’ingresso, una stanza grande quanto due campi da tennis si apre ai nostri occhi. Appena entriamo, Issa ed Ibrahim chiedono ai ragazzi che la occupano se possiamo scattare qualche fotografia e se possiamo fare qualche domanda, ma anche qui la risposta è no. Nello stanzone, ci sono ammassati materassi e tende da campeggio sparsi qua e là. Appartati, un paio di ragazzi appena rientrati dal lavoro si apprestano a preparare da mangiare. Un fornello da campeggio e una pentola la quale ospita pezzi di pollo, patate e cipolle che un ragazzo sbuccia con pazienza. Con la coda dell’occhio cogliamo un movimento in un angolo della stanza, ma non ci facciamo caso, quando dopo un poco un’altra volta l’occhio si fa attirare da qualcosa che si muove.
Sono topi! Non topi di campagna, ma grossi animali che a occhio e croce potrebbero pesare più di due chili. Increduli, esclamiamo: «Ma quelli sono topi!», mentre tutti scoppiano a ridere. «Sì, sono topi! Noi mangiamo con loro ogni giorno, dormiamo con loro ogni giorno. Per noi, ormai, sono una presenza amica».

20-21/06/2016 African immigrants that work in the southern italian fields to harvest oranges, kiwis and other frutis. They have no facilities to live with dignity. They spend their lifes in tend camp where some weeks ago a Carabiniere shoot a gun bullet against a black man killing him. Africans, more over, live in the abandoned homes in the fields of the village of Rosarno and in an abandoned farm building where mouses and dirty are their life friends. Pictured: immigrant in his dark house in the fields of rosarno. Photo Antonino Condorelli
Pictured: immigrant in his dark house in the fields of Rosarno. Photo Antonino Condorelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Text and photos © 2016 Antonino Condorelli. All right reserved. Contents in this weblog are under international copyright laws. Any use is not allowed without author’s authorization.

Le Rifugiate.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: A view of Amman  Photo Antonino Condorelli
Pictured: A view of Amman Photo Antonino Condorelli

Nel tardo pomeriggio di Amman il nostro taxi fa l’ultima tappa presso la casa di Basima. Ci fermiamo davanti ad un palazzone di colore bianco: il classico colore delle case mediterranee che siamo abituati a vedere anche in Puglia. Percorriamo un piccolo corridoio dove qualcuno ha stipato vecchi mobili e provviste andate a male. L’ingresso è lì, nascosto da una tenda verde senza alcuna decorazione. La casa è piccola, invasa dall’odore del caffè al cardamomo appena pronto. La luce del sole, che si abbandona alla sera, penetra dal minuscolo balcone lasciando Basima in penombra tra le mura della cucina. Basima è una donna di 52 anni, siriana di Hams.

Proviene da una posto che si chiama the Christian Valley, per il fatto che lì vivono molti cristiani. Ad Hams era una insegnante mentre il marito lavorava nel commercio estero. Comincia da qui il nostro viaggio tra le donne siriane che ad Amman hanno trovato rifugio dalla guerra e dalle persecuzioni dell’IS.
Basima é l’ultima delle donne che abbiamo incontrato oggi, ce ne sono tante, molte di loro non vogliono parlare, non vogliono farsi fotografare per paura delle ripercussioni che la propria immagine o le proprie dichiarazioni sui giornali potrebbero avere presso i familiari ancora in Siria. È stato difficile trovarle. Basima racconta di aver dovuto vendere i mobili e tutte le sue cose per potersi rifare una vita nella capitale giordana. È arrivata con la propria auto che, giunti ad Amman, ha dovuto vendere. ” Abbiamo dovuto vendere tutto quello che avevamo. Escluso la casa che, alhamdulillah, è ancora in piedi, per il resto abbiamo dato via tutto e abbiamo affittato questa piccola casa. Non è male, va bene per noi, mio marito ora lavora in un ristorante, mentre i miei figli si danno da fare con la scuola. Io cerco di contribuire con i miei lavori manuali: produco piccoli gioielli tradizionali siriani, e vestiti per bambini”. Molte donne rifugiate siriane sono aiutate da alcuni progetti internazionali. La Caritas giordana aiuta le donne siriane a realizzare una piccola impresa in casa propria. Il progetto è interamente finanziato dalla Caritas, prevede che le donne garantiscano dei minimi requisiti di sicurezza come la giusta areazione, un ambiente luminoso e facile da pulire.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: Basima, 52, Arrived in Amman on 2012 by car. She is Christan and sche comes from a place called the Christan Vally. Basima is married and she has 3 sons. She will receive help by Caritas to start a tipical Syrian jewel business. Photo Antonino Condorelli
Pictured: Basima, 52. Photo Antonino Condorelli

Un sopralluogo di alcuni membri della Caritas decreta poi che il luogo sia adatto e in meno di 7 giorni le donne ricevono le attrezzature che servono per avviare la propria attività.

Basima, ci accoglie nel suo piccolo soggiorno, ci porta il caffè e un vassoio con del Kunafa, un classico dolce arabo a base di formaggio e pistacchi. Ci mostra i suoi manufatti, poi comincia a parlare di politica, parla della repressione, di quando vicino a scuola dove insegnava alcuni militari hanno arrestato il padre di un bambino proprio davanti gli occhi di tutti, portandolo via senza alcuna remora.
“Non c’è libertà, Bashar Al-Asad è un bravo uomo, ma è contornato da gente senza scrupoli e che non pensa al Paese. Se parli male della politica dopo poche ore sei in prigione. Questo non va, non è democrazia, è regime.” Nel settembre 2012 “mancavano pochi mesi perché mio figlio venisse chiamato per la leva obbligatoria. Per questo sono scappata subito senza pensarci e non ho preso molte cose, la mia laurea, la mia certificazione di insegnante, per esempio. Così ora non posso insegnare e devo ingegnarmi per fare altro.”
Molti tra i rifugiati vorrebbero tornare in Siria appena le cose si saranno sistemate, ma Basima non vede un futuro lì. “Anche se le ostilità finissero, ci vorrebbe molto tempo per ricostruire tutto. Hai visto le immagini di Damasco, Aleppo – nota – è tutto distrutto! Anche se volessi contribuire alla ricostruzione, quando potrebbero i miei figli farsi una loro vita? Vorrei andare via, vorrei andare via anche da qui, per esempio in Australia o in Germania, ma là il governo accoglie solo i musulmani”.
La giornata finisce con la visita a Basima ma è cominciata molto presto quando il Muezzin, intorno alle 4,30, ha intonato la preghiera del mattino. All’unisono tutte le moschee della città iniziano le litanie dettate dalle Sure del Corano chiamando tutti i fedeli a recitare la prima delle cinque preghiere obbligatorie per ogni buon musulmano.
L’auto è guidata da un tassista di mezza età, ma dimostra più degli anni che ha. La barba lunga la pelle scura, bruciata dal sole. Con una mano tiene il volante dell’auto con l’altra gesticola mentre stringe un bicchiere di carta contenente caffè. Parla in arabo anche se noi non capiamo. Gli mostriamo l’indirizzo, scritto preventivamente in arabo, e lui parte filato su per una strada che si inerpica nella città vecchia e ci porta verso l’esterno di Downtown.
Con un paio di telefonate riusciamo ad individuare Anah, 45 anni. Ha una casa al piano terra di un palazzo in un quartiere appena fuori Downtown.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: Anah, 45, she comes with her family from Hams where she worked in agriculture. Anah has 3 sons. She will receive help from Caritas to start a food production Photo Antonino Condorelli
Pictured: Anah, 45. Photo Antonino Condorelli

La casa comprende tre stanze vuote e buie, una cucina separata dalle altre stanze da una tenda che sembra ricamata all’uncinetto. Con lei ci sono due bimbe e una ragazzina di circa 16 anni, Salma. Entrambe, Anah e la ragazza, hanno il capo fasciato da un velo che lascia scoperto l’intero viso e che scende giù sino alle caviglie. Sono tutti scappati da Darah dove Anah faceva la contadina nel piccolo appezzamento di terreno che il padre coltivava da sempre. “Nonostante le difficoltà, non ci mancava nulla: i ragazzi andavano a scuola, noi riuscivamo a vivere dignitosamente. Tornare in Siria? Certo, sì, un giorno ci torneremo, ma per il momento dobbiamo vivere qui e dobbiamo darci da fare”.
Gli addetti della Caritas sono andati a farle visita perché ha fatto richiesta di essere finanziata per produrre prodotti sott’olio. Mentre ci parla chiede a Salma di andare a prendere un vaso riposto in un armadio a muro nella cucina. Ci mostra fiera i suoi prodotti ed estrae dal vaso due melanzane intere grondanti olio.
Dall’altro lato della città, attraversando mercati e grandi strade trafficate raggiungiamo la casa di Dajua.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: Dajua, 47, she comes from Damascus, she is married and she has 5 sons. She will recevie help from Caritas to start a tailor. Photo Antonino Condorelli
Pictured: Dajua, 47. Photo Antonino Condorelli

L’ambiente è familiare, Dajua ha un sorriso travolgente che le illumina il viso incorniciato dal chador. Viene da Damasco ed è arrivata col marito e i suoi cinque figli nel 2012 attraversando il confine con la sua auto. Con lei c’è anche la madre, Haihat, 72 anni e vedendola si capisce da chi Dajua ha ereditato la simpatia e il sorriso.
Non fa molto caso alla politica Haihat, quando le chiediamo cosa pensa di Al-Assad, lei risponde ridendo “Io non ho nessun problema con lui”, e scoppia a ridere. Rivolgendoci a Dajua, le chiediamo se davvero ha 47 anni perché il suo viso ne dimostra qualche decina in meno e lei risponde “Scrivete che ne ho 27” e anche qui la donna si fa una fragorosa risata. In Siria è molto rinomata la tradizione sartoriale, tant’è che molte delle donne che abbiamo incontrato vogliono proprio aprire una sartoria. Proprio come Dajua, che nel suo soggiorno ha una grossa finestra da cui si vede uno scorcio di Amman e dalla quale entra molta luce: “È buona per impilare gli aghi”.
Nel 1948 Amman, che all’epoca era una piccola città, accolse una vasta ondata di rifugiati palestinesi in fuga dall’occupazione dei territori da parte del nascente Stato Israeliano. Oggi Amman conta ufficialmente 2,5 milioni di abitanti di cui molti, qualcuno dice il 70%, è di origine palestinese. Camminando per le strade della città, però, si avverte che i numeri sono in difetto. C’è tanta gente, donne avvolte in chador colorati o addirittura coperte di tutto punto con una fessura che lascia intravedere solo gli occhi. Il traffico è uno degli elementi più presenti della città. Automobilisti che fanno gincane tra le auto in sosta indisciplinata o tra i pedoni che attraversano la strada.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: A view of Amman  Photo Antonino Condorelli
Pictured: A view of Amman Photo Antonino Condorelli

Clacson cominciano a suonare sin dal mattino dopo la preghiera e si fermano, forse, a notte fonda. Downtown è un miscuglio di culture e di mercanti. Vivono tranquillamente senza alcun problema musulmani, cristiani e chissà quante altre confessioni religiose. Camminando per strada l’odore delle essenze dai negozi si mischia con gli odori dei negozi di spezie di cui ogni angolo della città è disseminato. In una di queste vie, percorrendo la strada su su fino in cima alla collina, una bambina ci fa segno di fermarci. Il tassista borbotta qualcosa in arabo contro la bimba che, per fermarci, quasi si buttava sotto l’auto. La bimba ci indica un piccolo corridoio che si apre in un cortile dove c’è un cancello nero ed un portone. L’ambiente circostante è decadente, fuori dal palazzo, fili elettrici penzolano qua e là qualcuno mostrando il rame scoperto dalle guaine di gomma. La ragazzina bussa al portone. Apre una donna, Fatima, in abito lungo e niqab. Dalla fessura del suo vestito spuntano occhi verdi smeraldo e il suo fare gentile lascia una certa curiosità di scoprire quale prezioso gioiello si celi dietro quelle stoffe. Ci chiede di non essere fotografata. Ci parla del suo arrivo ad Amman, che l’ha vista transitare prima a Zaatari. “Lì non si poteva stare. Siamo andati via dopo tre mesi, ma qui le cose, non sono migliori. Certo, non ci piove addosso, ma i soldi che avevamo risparmiato dalla Siria sono finiti”. Mentre racconta la sua storia, l’attenzione cade su alcuni disegni poggiati su un divano. Allora chiediamo cosa siano e la donna, orgogliosa, “sono i disegni di mio figlio Mohammed. Studia Architettura all’università di Petra, ma – e si fa triste – non so come dirgli che stiamo finendo i soldi e che forse dovrà cominciare a lavorare”.

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: A paint is seen in an House in Amman. Photo Antonino Condorelli
Pictured: A paint is seen in an House in Amman.
Photo Antonino Condorelli

Sul muro della casa campeggia un foglio A4. Un disegno ricamato con la scritta “Syria”. Il pavimento è coperto da un tappeto rosso di evidente fattura industriale, ma il tempo non ha ancora sdrucito il rosone disegnato al centro. Il soggiorno della casa di Isdihar è grande e dalle due finestre penetra molta luce. Isdihar è la figlia ventunenne di Hamida, una donna siriana di 54 anni che in quella casa vorrebbe aprire una sartoria. Hamida non è in casa ed ha lasciato a Isdihar il compito di riceverci. Ci offre il caffè. Isdihar è una studentessa universitaria, e come Fatima non vuole esser fotografata. Ci racconta della sua vita a Damasco, dove oltre a studiare Economia, poteva uscire tranquillamente la sera con le amiche. “Qui, sì, ho molte amiche, ma ovviamente non è la mia città, Damasco era una meraviglia c’era tutto e non mancava niente né a me né alla mia famiglia, ora non so neanche se potrò continuare gli studi, prendere la laurea fare i master che mi ero prefissata di fare, vedremo – conclude – Inshallah!”

Amman, March 2016. Many of the rfugee escaped from Syria war live now in Amman. Most of them mixed in the several refugee camps in Jordan, like Zaatari Camp, others live as urban refugee in the center city of Amman. Someone of them are not regular, others are legal. In Amman Caritas help women refugees to start a little business as tailors, food, or traditional syrian jewels. Pictured: Nahlam 32, she she wants to start a busines as food delivery. She is seen in her Amman's house with her doughter Fatima  Photo Antonino Condorelli
Pictured: Nahlam 32. Photo Antonino Condorelli

Ora sono quasi le 18.00. L’ora di punta è scattata e le strade sono intasate. Per percorrere i pochi chilometri che separano la casa di Basima al nostro albergo ci vorranno un paio d’ore, e durante il tragitto ripensiamo a quante donne abbiamo incontrato: reticenti, affabili, gentili. Sono loro, in Siria come in Giordania e in tutto il Medio Oriente che continuano a pagare il prezzo dell’indifferenza, degli interessi internazionali, delle guerre e della stoltezza degli Stati. Loro che con le proprie fragilità sanno rialzarsi sempre e spiegare al mondo come si fa a far quadrare i conti, a proteggere la famiglia, i figli; loro che spesso sono abusate e strapazzate da leggi fatte da uomini senza Dio e senza scrupoli. Donne come Basima e tutte le altre donne rifugiate di Amman che volgendo lo sguardo al sole, che tra i minareti delle moschee e i campanili delle chiese dipinge di rosso la città, concludono la giornata come l’hanno iniziata, con la preghiera della sera che ancora una volta rassicura lo spirito nell’unanime certezza che Allah U Akbar!

Antonino Condorelli

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Amman – Urban Refugee

imageSono le sei del mattino e il sole è già alto. Amman si è svegliata già da un pezzo, i clacson delle auto si sentono dalla mia stanza d’albergo e King Faisal Street è già intasata dal traffico.

Alle nove incontro il team della Caritas che mi porta a fare un giro a casa di quelli che in inglese chiamano Urban Refugees. Sono profughi siriani che hanno trovato riparo nella città di Amman. Alcuni di loro sono andati via dal grande campo di Zaatari e hanno fittato delle case che condividono, a volte, con altre famiglie.

Rahid è un ragazzo magro, con la barba e mi fa da traduttore. E’ silenzioso Rahid, non parla molto se non quando risponde alle domande che gli faccio.

Il vento oggi spazza le strade dalla polvere gialla e sembra spingere le auto verso la salita che  da Downtown porta verso uno dei quartieri più poveri della città, Sabah. (foto)

In questo posto incontro la prima famiglia. La casa è al primo piano di un edificio malandato. Le stanze sono alte e vuote. Solo dei cuscini per terra, dei tappeti e delle coperte la arredano. La famiglia è composta da un uomo, Jamal, sua moglie Alima, e i tre figli Ghadah, Taha, e Yaseen. L’uomo comincia a parlare dei suoi acciacchi: ha dei problemi ai mignoli di entrambe le mani e non riesce ad aprirli completamente. Rahid prende nota di quello che Jamal gli elenca, compresi i disturbi riguardanti la moglie e i figli. Tra qualche giorno saranno chiamati dall’ospedale per fare una vistia di controllo e capire l’origine dei vari problemi.

Jamal mi invita a fare un giro nelle altre stanze, così posso vedere la cucina che è composta da un piano cottura e un lavandino. Il piccolo bagno e una stanza, sempre vuota, probabilmente la camera da letto.

Jamal mi racconta della sua fuga da Damasco, con i suoi tre figli e la moglie. “siamo arrivati qui tre anni fa mi pare a febbraio. Avevo un negozio di abbigliamento a Damasco, ma la guerra me lo ha portato via. Con i risparmi che avevo sono fuggito e insieme alla mia famiglia siamo arrivati in Giordania. Siamo stati qualche tempo nel campo di Zaatari, ma lì non è vita possibile. Allora ci siamo mossi qui, nella capitale, ma come vedi, non è cambiato molto. Nel frattempo non posso lavorare, sia per il mio problema alle mani, sia perchè non mi è consentito dalla legge, visto che non ho i documenti in regola. Così, ho finito i miei risparmi e da una vita felice, ho una vita povera”.

Poco lontano da qui, tra il traffico incontenibile della città, venditori ambulanti e commercianti che espongono le loro merci fuori dai negozi, vive un’altra famiglia di profughi siriani.

Anche la loro casa è al piano terra di uno edificio rovinato. L’ingresso è preceduto da un piccolo terrazzo dove ci aspetta Mazin, 36 anni, piccoletto, con la barba rasata e con pochi capelli.

La casa è buia, una tenda verde divide l’ingresso dalle altre stanze: cucina, bagno, piccolo soggiorno. C’è un armadio, e dei cuscini per terra. Una tv a colori manda un cartone animato a cui neanche il piccolo Mashid, figlio di Mazin, da tanta retta.

Mashid, anzi, è attratto da me, che comincio a fargli smorfie, e a fargli foto. Non c’è luce nella casa, l’unica lampadina che c’è Mazin la attiva con dei fili attaccati alla presa della tv, con tutti i rischi che ne conseguono.

Mazin, Parla in arabo con Rahid e i suoi compagni. Non capisco molto di quello che dice ma poi gli rivolgo qualche domanda. Viene da Hams, la terza città della Siria. Faceva l’autista di autobus, e a causa dela guerra si è trasferito ad Amman. Nel 2010 ha lasciato tutto con i suoi tre figli e sua moglie e sono venuti qui. Come per Jamal la situazione di Mazin è uguale. Pochi soldi, niente lavoro e risparmi finiti. L’unico aiuto arriva dalle ONG e dalla Caritas che forniscono supporto.

Ad Amman oggi fa caldo. Ci sono 22 gradi, il sole picchia diritto sul parabrezza dell’auto rendendo più difficile lo spostamento da casa di Mazin, verso un’altra abitazione, sempre nel quartiere di Sabah.

Se vi capita di venire ad Amman portate un navigatore con voi e non pensate di affidarvi ai tassisti. Qui non si ragiona per indirizzi. Se devi andare in strada tal dei tali, non devi dire il nome della via, ma qualcosa di importante che si trova vicino. Così, forse, arriverete. Lo stesso capita oggi a noi. Non sappiamo dove vivono le persone che dobbiamo andare a visitare, e tra una telefonata e una informazione a questo e a quello, le cose si allungano inesorabilmente. Di bello c’è che in questa occasione ho avuto modo di girare di più Amman.

Dopo molti giri, avanti e indietro arriviamo da Fatima. Lei vive in un appartamento al 4 piano. Anche lo stabile dove vive Fatima non è messo bene. Macerie un po’ ovunque e fili elettrici che pendono di qua e di la. Dopo tante scale, siamo arrivati. Ci aspetta una bimba di nome Rauan, ha 5 anni e gli occhi azzurri e i capelli tendenti al rosso. Insieme a lei c’è la sorellina Malak che guarda intimorita: chissà quante domande in quella testolina…

Malak ha 2 anni, non parla bene ancora, ma neanche a dirlo, mi ricorda mia figlia. Fatima va nell’altra stanza e torna con un fagottino di pile, legato come una salsiccia, al cui interno c’è Ahmed, un piccolo neonato di un mese. Malak è nata a Zaatari, nel campo profughi più grande del Medio Oriente, ma dopo la sua nascita Fatima con la sua famiglia si è spostata ad Amman. Ora però ha paura. “Siamo illegali, non possiamo stare qui, da Zaatari siamo scappati, quindi ogni volta che viene qualcuno c’è un po’ di timore”. Fatima e la sua famiglia vengono da Darah, dove il marito aveva un lavoro e non faceva mancare nulla alla famiglia. Anche qui ad Amman, il marito di Fatima lavora, ma è un pericolo, “se le autorità lo scoprono lo fanno tornare a casa, e forse gli fanno anche una multa”. La casa di Fatima, come le altre, è vuota. Cuscini per terra e tende che fanno da porta, per il resto non c’è molto altro se non un armadio.

Il lavoro dei ragazzi della Caritas è importantissimo. Loro rintracciano i rifuggiati, siariani ed iracheni, nella città e cercano di dare loro sostegno. Dall’assistenza medica alla scuola. Alcui progetti sono sostenuti direttamente da Papa Francesco, mentre altri sono in collaborazione con altre ONG con il governo Giordano o con alcuni governi stranieri. Ogni giorno vanno in giro per Amman, a prendere le informazioni dalle famiglie di rifugiati e ogni giorno permettono loro di essere visitati e avere qualche aiuto. Dopo aver fatto visita a Fatima, ci incamminiamo verso un altro luogo. Il viaggio sembra più lungo, ma ad un certo punto ci fermiamo. Rahid chiama al cellulare qualcuno, è evidente che non troviamo la strada per andare a fare un’altra visita. Per trovarla passa un bel po’ di tempo. L’interessato, tramite il telefono, ci fa da navigatore e finalmente riusciamo a trovare la casa.

Zaid, vive nel sottoscala di questo edificio insieme a sua moglie e ai loro due figli. Anche lui ha bisogno di aiuto dalla Caritas e spiega un poco i suoi problemi. I ragazzi fanno domande e segnano tutto su dei moduli prestampati. Zaid racconta che per poco non rimaneva sotto le macerie della sua casa quando due anni fa decise di andare via da Aleppo. Aveva tutto, anche lui aveva un lavoro e con la moglie e i suoi  figli erano felici. Ora si trova qui in cerca di un futuro che vede lontano dalla Giordania e dal Medio Oriente, “voglio andare via, forse negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, o forse in Germania. Voglio dare il meglio ai miei figli voglio dare loro la possibilità di studiare e di mantenersi con il proprio lavoro. Di certo devono farlo lontano da qui.”

The House of One

Il dialogo tra le religioni? E’ possibile. A Berlino stanno costruendo The House of One, una Chiesa, una Sinagoga e un Moschea in un unico edificio.

Un servizio con mie foto su Gente della scorsa settimana.

 

HOUSE OF ONE GENTE_454-20160212094901

Prints

Click on the following photo to see more pictures available for fine art prints, or click here to be redirect to my personal web site to see and buy more.

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Appresso agli Scià

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Durante la crisi economica che, nei primi anni 2000 colpì l’Argentina, mi recai nel Paese Sud Americano con un collega che all’epoca lavorava all’ufficio stampa di Save the Children.

@Antonello Sacchetti, il nome del mio amico, è diventato un appassionato di cultura e politica iraniana. Anzi, non un appassionato, meglio dire uno studioso appassionato della cultura e della politica persiana.

Come quando vai in Africa, l’Iran è rimasto nel cuore di Antonello, il quale mi ha trasmesso, attraverso un paio dei suoi libri “I ragazzi di Teheran,” o “Trans Iran,” ma sono solo alcuni (per leggere i lavori di Antonello clicca qui oppure qui) un certo fascino per il Paese.

A parte “Storia dell’Iran” che già avevo comprato, oggi sono arrivati altri titoli che non vedo l’ora di cominciare a leggere. La passione per la cultura Medio Orientale, si arricchisce con un pezzo che ancora mi mancava, la Persia degli Scià.

 

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